Come vivere infetti e felici
 
 

gennaio

Posted at gennaio 26, 2004 by

forzaitalia_berlo.jpgViste le pressanti richieste, ecco un altro brano spippolato fuori dalla mitica cassettina allegata a “Cuore” nr. 162 del 12 marzo 1994.
possibile che la “La Vendetta del Mulino Bianco” fu il contributo di Radiogladio a quella mini-compilation di cui al post precedente.
Dice una voce da speaker nel testo: “ma questa è un’aggressione immotivata ad un prodotto dolciario sostanzialmente innocuo!“. Ed è quello che dissero anche i signori della Barilla telefonando alla redazione di Cuore. E’ un colpo basso – aggiunsero affranti – con tutta la fatica che abbiamo fatto per allontanarci dall’immagine troppo rampante che avevamo negli anni ’80…
Ma un po’ dovevano essersi diverti: il pezzo di Messina è proprio bello, in fondo mitizzava quel mulino ipereale. E per ciò che riguardava l’immaginario evocato in quegli spot bucolici, forse sentivano di non essere del tutto puliti. Dunque, niente cause contro Cuore (all’epoca gli unici che si arrabbiavano davvero erano, appunto, i marchi commerciali) e un generale “understatement” all’anglosassone. Pensate che succederebbe oggi. La cassetta forse uscirebbe senza sonoro, intimidita dalle minacce di Dell’U**i.

LA VENDETTA DEL MULINO BIANCO” (Radiogladio per Cuore, 1994) scarica l’ MP3
Il testo della canzone.

 
 

gennaio

Posted at gennaio 24, 2004 by

forzaitalia_cassetta.gifAvevo già deciso che non era roba da Vonorace ma poi, come ho scritto di là, ho pensato che una certa cappa di sfiducia, che pesa da quando ci sono in giro costoro, riguarda pesantemente anche le ragazzine della Casina Verde, nate, o cresciute, ahiloro, all’interno del decennio che essi celebrano proprio oggi.
A proposito di dieci anni fa. Loro, appunto, stavano negli uffici di Publ*talia, io in quelli di Cuore. Allora si pensò di celebrarli con una bella cassettina contenente 4 canzoni composte per l’occasione (marzo ’94).
C’erano Rocco Tanica, Claudio Bisio, I Mau Mau, I Radiogladio. Un’allegato para-veltroniano che andò a ruba e che è stato inghiottito dall’oblio che tocca sempre ai prodotti della satira.
Dal mio nastrino consumato ho recuperato il brano più rappresentativo di quel momento: “Voglia di Biscione“. Canta Cristina Da Vena. Rimetterlo in circolo mi sembra un modo coerente per marcare questa ricorrenza.

VOGLIA DI BISCIONE” (Rocco Tanica per Cuore, 1994) scarica l’ MP3

Leggi il resto di là, in WAREHOUSE.

 
 

gennaio

Posted at gennaio 21, 2004 by

turtlein.jpg
L’origine del Tortellino è disputata fra Bologna e Modena, ma, comunque siano andate le cose, è con la Rossa-Grassa-Dotta che da sempre viene identificato.
Leggenda vuole che un cuoco s’ispirasse, nell’inventarlo, all’ombelico di Venere. Le prove, se mai esistessero, dovrebbero datarsi in un’epoca perduta nel tempo: Lia ha letto di recente, in un libro sulle radici della cucina nostrana, che il
primo di sfoglia ripiena è un topos assoluto della Penisola. Di sicuro lo è il Tortellino della mia mamma, ereditato dalla sua genitrice, la cui preparazione è pressochè identica a quella descritta nella ricetta depositata presso una balsonata associazione di cuochi bolognesi.
Eccovi i punti fermi di cui sono certo: 1) il Tortellino deve avere quella forma tipica, una specie di castagna con un buco, che si ottiene chiudendo un quadratino di sfoglia, al cui centro si è posto un po’ di ripieno, ribaltandone un angolo su quello diametralmente opposto in modo da ottenere un triangolo, per poi arricciare e fissare fra loro le due punte piu’ distanti. Forme differenti non sono assimilabili al Tortellino. Magari si tratta di capelletti, ravioli, casoncelli, tortelli o qualche altro cugino del nostro eroe.
2) il Tortellino è
sempre e solo in brodo, brodo di carne. Le varianti con la panna o altro lo snaturano. Il Tortellone (si fa sempre da noi, quello con ricotta e verdura) va in effetti con sugo di carne o altro, ma anche in questo caso non è più il piatto di cui parliamo.
3) Il Tortellino è piccolo, non dovrebbe superare il cm. e mezzo – 2 cm. di larghezza. Questo però è un virtuosismo delle sfogline emiliane, che arrivano a produrne di miniaturizzati. La sfoglia deve essere piuttosto sottile, ben elastica e rigorosamente tirata col mattarello (su questo punto molti hanno ceduto, anche la mia mamma :))

Dunque, l’altro giorno mi sono messo d’impegno e ho riprodotto i manufatti della Signora Angela (vedi foto). Ci avevo già provato, ma questa volta ho fatto l’en-plein: sfoglia, lavorazione, ripieno, chiusura. Solo il brodo col lesso lo ha curato Lia. Dico onestamente che poteva andare meglio: la sfoglia era un po’ grossa, si è seccata troppo e ho faticato a chiudere quei satanassi di cosi, (circa 120 pezzi, giusti per circa 8 piatti non scarsi) che mi sono risultati di dimensioni diverse fra loro. Il sapore comunque era quello che doveva essere e le figliole, le due grandi, se ne sono presi tre scodelle a testa. Anche Iris se li è spappolati e ciucciati…

TORTELLINI DI MAMMA ANGELA (e di Nonna Cicca)

(fonte: la mamma)

Ingredienti per 8 piatti:

PER LA SFOGLIA:
•4 etti di farina
•4 uova
PER IL RIPIENO::
•250g. di lombo di maiale
•60g. di prosciutto crudo
•100g. di mortadella
•210g. di parmigiano
•1 uovo
•1 grattata di noce moscata

turtlein_emma.jpg
Preparazione: Impastate farina e uova e un pizzico di sale fino ad ottenere una pallotta di pasta elastica (non deve restare appiccicata al tagliere) e dall’aspetto lucido. Lasciatela riposare mentre passate a preparare il ripieno.
Scottate leggermente il lombo, poi macinatelo assieme alle altre carni (meglio passarle anche un paio di volte). Impastate il macinato con un uovo e il grana, aggiungete la noce moscata e salate.
Tirate la sfoglia a mano o a macchina fino ad ottenere un velo abbastanza sottile, Fatela arrotolare (nel caso) attorno al mattarello, poi ristendetela capovolgendola: se è elestica come deve essere, non si spezza e non si attacca al legno. Abbiate sempre cura, comunque, di cospargere con un po’ di farina sia il ripiano su cui la lavorate sia lo strumento con cui la stendete. Tagliate la sfoglia con l’apposita “rotella” (le vendono un po’ dapperutto) in modo da ottenere tanti quadrati di circa 4 cm. di lato (magari la prima volta state anche più larghi). Confezionate i tortellini e lasciateli asciugare, se vi è possibile, sul tagliere di legno, con una tela sopra. Scaldate il brodo, buttate i tortellini al momento del bollore, serviteli appena vengono a galla con parmigiano grattugiato.
Nota sentimentale: da noi, quando ero piccolo, i tortellini venivano chiusi in compagnia: attorno al tavolo si radunavano, ad es. un sabato pomeriggio prima delle feste di Natale, mamma, nonna, zia Anella, a volte magari una vicina. Fra chiacchiere e impacciati contributi miei e di mia sorella (che adoravamo sgraffignarcene qualcuno da mangiare crudo… mmmm) si chiudevano anche un migliaio di tortellini. Quelli che servivano per tutte le feste!
.

 
 

gennaio

Posted at gennaio 19, 2004 by

Ieri a Verucchio, nonostante la pioggia, hanno smesso il baghino.
In altre zone d’Italia si ammazza il maiale, qui in Romagna lo si “smette“. Per quanto lo spettacolo cruento resti il medesimo (lo fanno in piazza, come momento clou di una specie di orgia tribale… ci siamo guardati bene da portarvici le bimbe), trovo che la definizione aggiunga qualcosa di umoristico all’effrazione del povero suino.
Che poi qui gli vogliono pure bene, al porco. Nel modenese, nel reggiano, fa una vita più grama: ingranaggio della inesorabile macchina del prosciutto. Qui a est gli fanno festa, meglio, gli fanno LA festa, anche per onorarlo.
Caro bagòin, sei stato un componente della chèsa per quasi un anno, hai mangiato, ti sei rimpinzato, adesso, ci dispiace, ma à ora di smettere“. Fin qui maiale, ora basta maiale: salsicce, costato, prosciutti, lombo, coppa, e via stagionando. Baghino on/off.
C’è un detto locale che mi ha sempre fatto ridere. Per definire un ingrato, si dice che è come “‘e bagòin c’a s’arvolta contr’alla chèsa” (il maiale che si rivolta contro la casa), dove la “casa” è qualcosa di benefico, munifico, sicuro e il maiale invece un mostro d’irriconoscenza. E’ anche per questi aspetti incongruenti e un po’ folli che questa terra mi piace tanto.

Per restare in argomento: Vesnuccia mi chiede di procedere all’Outing. Dopo Iuma, essa stessa, un parziale disvelamento di Papino, i parenti di Comida, “tocca a te caro, non saltare il turno!
Ok, nessuna fatica: il mio faccione è presente in rete da molti anni, mi limito a linkare una foto non tanto vecchia, tipo quella che vedete qui, facente parte di un altro “io confesso” di circa un anno fa. Le immagini dello “studio” sono pre-trasloco, illustrano la mia postazione interrata bolognese.

Altre immagini di indicibile bellezza sono qui, qui e qui.

 
 

gennaio

Posted at gennaio 16, 2004 by

gioemma_capelli_th.jpg
EMMA= Allora, rispondi:gli uomini hanno il pene o la vagina?
GIOCONDA= Il sedere!
EMMA= SBAGLIATO!
(Gioconda tenta ugualmente di aggiungersi un punto sul pallottoliere che Emma tiene fra le mani)
EMMA=No, non puoi, gli uomini non hanno il sedere!
(baruffa, risate, sipario)

 
 

gennaio

Posted at gennaio 15, 2004 by

ivar.jpgAnche noi, come Vesnuccia, chiamiamo per nome certi oggetti della Casina Verde. Nonostante ciò, escluderei radici animiste nel passato delle nostre famiglie: in quella di Lia si percepisce uno snodo provocato da un’aspra lotta fra Celti e predoni mediterranei, proprio sui greppi dietro aRimini. Nella mia, potete scavare in verticale nell’umido della bassa bolognese, andare giù quanto volete dalle parti di Galliera e San Pietro in Casale: troverete sempre qualche coccio di Grassilli e/o Boriani-Baraldi-Berselli, ceppo inamovibile, praticamente un tirante della crosta terrestre in quell’area.
La mutazione è tutta nostra, di miss Celi e mia. Noi, prima generazione euroglobale, siamo stati una delle Enterprise alla scoperta del pianeta Ikea, molto prima che aprisse nel capoluogo emiliano, e molto, molto prima che diventasse proverbiale.
La nostra astronave era una R5 bianca usata, il pianeta dei desideri era quello che comportava una rotta più breve: negozio Ikea di Brescia.
Tornammo dalla prima orbita completamente conquistati, in preda ad una sorta di mal di Svezia: “Amici, non potete credere: mobili, divani, polpettine, cuscini, pupazzi, biscotti, letti, tappeti, renne, commessi… ogni cosa ha un NOME!“.
Risultò difficile, le prime volte, riferirli fedelmente. “Kanossa… no, Brokkulla… Uh, aspetta, quella non era la cassettiera viola?

Oggi sul famoso negozio scandinavo tutti fanno battute. Ma credetemi: nel 1992 fu uno shock culturale. Al secondo viaggio, con le misure precise dei muri di casa, ci sfigurammo a furia di acquisti a prezzi socialdemocratici. Un giorno intero, il primo sulla superficie del Pianeta Ikea, provocava una sindrome di onnipotenza: credevi davvero di essere un arredatore, un giovane trendy e un accorto capofamiglia.
Ma arrivavano le 22.00 e ti risvegliavi nel parcheggio deserto. Improvvisamente eri stanco come il fabbro del presepe meccanico il sei gennaio. Guardavi gli imballi perfetti, guardavi il tetto della tua piccola astronave Renault e ti ricordavi che il teletrasporto non era ancora stato brevettato.

Qualche giorno dopo però, con Ivar già montato in soggiorno, eri orgogliosi di quel viaggio tutto analogico. Ivar, il nome più simbolico, Ivar, la libreria-Fregoli che può diventare qualunque cosa, aveva ammantato tutto l’appartamento. Dopo decenni di cultura del truciolare laminato, dopo una sbornia di cotto e ceramica, nella casa italica tornava il legno.
Nei traslochi successivi, nelle trasformazioni della nostra famiglia, l’elemento Ivar è stato quasi un consulente, presente nei discorsi più dei nostri gatti. “E Ivar dove potrebbe stare? Lo dividiamo in tre e può fare anche da mobile per i giocattoli di Emma… Questa cosa starà bene accanto a Ivar?” Non abbiamo mai detto “E Ivar come la prenderà?” ma Lia sa che ci siamo andati vicino.

Qui a Rimini la quota Ikea della nostra residenza è molto diminuita.
Siamo stati testimonial gratuiti dell’arredamento più rivoluzionario della fine del ‘900 per un decennio, ci è venuto spontaneo cambiare un po’ (ma Ivar c’è sempre, ora gode una serena pensione in cantina, si occupa di vino, dispensa e scarpe).
Ancora più fisso, più inamovibile del letto di Ulisse, nella camera genitoriale c’è il fasciatoio. emmagioiris5m_th.jpgIl nome non ce lo ricordiamo più, ma nella sua ruspante essenzialità ha accolto per tre turni il frullìo di braccine e piedini, le proteste ai cambi di pannolino, le risate per gli assalti ai pancini. Pluridecorato, il fasciatoio Ikea è entrato nella fototeca di famiglia con tutti gli onori: è stato il supporto alla classica foto del bebè nudo che è toccata a tutte e tre le figliole attorno al quinto mese.
Potete osservare e confrontare qui a destra: sollecitate dall’essenzialità nordica, Emma, Gioconda e Iris hanno evidenziato, immortalate nella medesima posizione, il loro diverso carattere. Forse per la prima volta in maniera così inteleggibile.

buildingkanea_th.gifPer finire. Qualche anno fa, nel periodo più creativo di Clarence, abbiamo realizzato online una notevole satira su Ikea. Satira affettuosa e consacrante, senza dubbio. Ci inventammo che il più grande produttore di arredamento virtuale al mondo aveva aperto un nuovo negozio a Clarence City e che Clarence srl si fosse annessa in cambio una grossa fetta dell’azienda Ismiziana. Ci fu chi pensò che fosse tutto vero, e alcuni bollettini economici diedero la notizia dell’acquisizione fra gli eventi della settimana. Matte risate, come sempre. Ma andate a guardarvela, Kanea: il mini-sito-finto-aziendale è ancora integro dentro al portale dell’Angelo. klarenza_th.gifCliccatevi il catalogo, guardate i prodotti e la storia dell’azienda. Ci sono cosette in comune con Net To Be.
Tutto realmente, intensamente finto.

 
 

gennaio

Posted at gennaio 12, 2004 by

teddyeannie_th.jpgE adesso arriverà l’alta marea delle videocassette. Manca poco al definitivo sopravvento del DVD, si svuotano i magazzini, si allegano le vhs alle riviste, per due soldi si trovano film originali nei cestoni vicino alle casse dei supermercati, e, ovviamente, occhio agli autogrill.
Nessun rimpianto: per quel che mi riguarda il nastro magnetico può pensionarsi, fragile e caduco quale è. Il DVD pare invece destinato a soddisfare il nostro bisogno di eterno (almeno per chi colleziona classici della cinematografia, o, vedi alcuni Bravi Babbi di questi blog, Cartoni Animati).
Non sarà così, ma intanto questo nuovo giro di boa tecnologico fa si che nei cestoni della Comet di Rimini siano comparsi i Classici Disney a quasi metà prezzo e tante altre operine sconosciute che, a 4-6 euro, uno è pure disposto a comprare a scatola socchiusa.
Perchè mentre Biancaneve e i Sette Nani di Walt DEVO averlo in DVD, e quindi trovare la cassetta scontata non mi ingolosisce, altri materiali so che probabilemente non faranno mai la loro comparsa in digitale, o comunque non sentirò il bisogno di comprarli in un formato così definitivo e, per adesso, così costoso.

Tanto per fare un servizio pubblico agli amici con figli che transitano qui sulla Vonorace, segnalo, fra le altre cose, questa simpatica serie in vhs che ho torvato appunto fra le videocassette in liquidazione. Nel mazzetto che ho portato a casa era quella di cui non sapevo nulla, e una delle sorprese più carine.
Si tratta di “Teddy & Annie”, in originale “The Forgotten Toys”, serie animata inglese, prodotta dallo studio Mark Mason.
Racconta di un orsetto di peluche (Teddy, voce originale di Bob Hoskins) e di una bambola (Annie, voce originale di Johanna Lumley) e delle loro avventure nell’attraversare la città, in cerca dei bambini da cui sono stati smarriti.
L’animazione è di buon livello, i personaggi semplici ma accattivanti, la struttura narrativa e visiva apprezzabile. Sa di certi vecchi prodotti anglosassoni che passavano sulla Tv dei Ragazzi dei miei tempi, con qualcosina in più in “ricchezza” e di meno in “coraggio”.

Voto della Casina Verde: 7

 
 

gennaio

Posted at gennaio 8, 2004 by

giocalendar1.jpg Queste ragazze. Dichiarano a destra e a manca che no, non poseranno mai per un calendario, come certe loro colleghe. Poi, appena arriva una proposta interessante… Così anche Gioconda, come molte altre Topin-Up prima di lei, sfodera le sue arti seduttive e ci regala, in anteprima qui su La Vonorace, un servizio che è il miglior auspicio di quello che ci porterà lo ’04.
Complimenti dunque all’Encantadora della Casina Verde, per lei prevediamo, senza dubbio, ampi margini di crescita.
giocalendario04_th.jpg

Anteprima del Calendario di Gioconda: cliccare sull’immagine.

 
 

gennaio

Posted at gennaio 7, 2004 by

irisimbacuccata1_th.jpgOh s’ la bòffa, stamateina!” avrebbe detto la mia nonna, e non avrebbe messo il naso fuori. Sorvoliamo sul fatto che la nonna non usciva neanche col bel tempo, fattostà che noi della Trici ci siamo asfaltati di roba per fare il breve tratto che separa la Casina Verde dall’asilo.
Muffole, sciarpone, scaldamuscoli, paraorecchie colorati ricevuti durante le Feste. Gioconda sembrava un Orsetto Siberiano arrivato all’Aereoporto F. Fellini per comprare le scarpe romagnole.

Sono cambiate le ragazze in questi venti giorni, sono andate avanti. Le feste di Natale sono una strana terapia. Stare assieme tante ore, in casa, perchè la stagione non consente grandi uscite. Così le figliole si amalgamano, si combattono, si impastano per tutto il giorno in una cattività spessa e zuccherosa. Subito dopo Natale Iris ha iniziato con “Mam-ma- mam -maaaa!” irislittlepeople_th.jpgLe “due grandi” inventavano parole sciocche e ridevano a crepapelle. Emma ora è altissima, Gioconda è stata defintia dallo zio Piero un “Gattino di Piombo“.
Con loro due si è fatta anche la prima uscita familiare in un cinema: una misteriosa multisala ci ha inondato dei colori e dei suoni di “Alla ricerca di Nemo“. Grande successo! L’amico Marcello, 5 anni come Emma, era esaltato. La Gichina andava sostenendo di essere lei il pescetto Nemo, la Primogenita s’avocava invece il diritto di essere TUTTI gli altri personaggi del film.
Stamattina, insomma, abbiamo visto la città postepifanica che si ri-immetteva sui binari consueti, con le luminarie esauste e penzolanti. Confesso una mia nevrosi: non sopporto le decorazioni natalizie ancora esposte dopo il 6 gennaio. Nemmeno per mezza giornata. Così ieri sera, tomo tomo cacchio cacchio, ho smontato tutto l’apparato, dalle lucine alla ghirlanda sul portone.
tre-nella-vasca_th.jpgHo fatto le 2:00, ma alla fine non c’era più in giro nemmeno un batuffolo di muschio rinsecchito. Stamattina Emma ha notato subito ogni cosa, ma, tipicamente suo, non ha fatto nessun commento.
Solo dopo mezza tazza di cereali ha buttato lì con noncuranza una domanda: “Perchè hai rimesso la poltrona sotto la finestra?” (dove per un mese ha troneggiato l’albero…).
Gioconda invece ha chiesto subito dove fosse finito l’abete. Dov’è finito, Gioconda? Non so, davvero.

Stanotte, mentre scartocciavo qualcosa alla lucina del frigorifero, ho sentito un cigolìo, un rumore fatto di cento piccoli rumori, e campanellini agitati come nel film di Clarence. Ho fatto qualche passo sbalordito e ho visto, lui! il nostro Albero che apriva la porta e usciva in strada. Ondeggiava e tintinnava, sembrava incerto sulla direzione da prendere. Le pantofole, per le pistole del corsaro… Ci sarà meno cinque, mi butto addosso almeno la copertina su cui gioca Iris, guardo fuori. L’Albero ha raggiunto altri Alberi, usciti dalle case vicine, bassi, stretti, stracolmi di pendagli, oppure un po’ spennati e dall’aria consunta. Alberi veterani, sempre uguali da decenni nelle case di vecchietti che li acquistarono per i figli ormai grandi, con candeline elettriche tali da spaventare gli estensori delle norme di sicurezza CEE.
Alberi pratici e veloci da ufficio. Altri più à la page, con tutte le palline coordinate e i fiocchi di colori eleganti. Frusciavano, si riconoscevano, si salutavano col linguaggio delle lucine intermittenti. Scendevano per via Bertani, raggiungevano altri gruppi di Abeti che confluivano in un unico, pastoso corteo in transito sotto l’Arco d’Augusto e giù, in Borgo San Giovanni. Ti confesso, Gioconda, che non ho avuto cuore di seguirli. Quando gli ultimi canditi scintillanti sono scomparsi in lontananza, sono rientrato con i piedi ghiacciati.

Ma ti prometto che fra undici mesi glielo chiediamo. Si, glielo chiediamo, a quel girandolone fronzuto, dove caspita se ne va senza dirci nulla.

 
 

gennaio

Posted at gennaio 6, 2004 by

Phil_paradise-color_th.jpgMolti dei Bravi Babbi che scrivono su questi blog hanno nei loro armadi qualche costumino ben conservato, che di tanto in tanto re-indossano nel segreto delle loro camere. Qualche minuto davanti allo specchio (“devo fare qualcosa, ho preso altri chili!“), poi lo ripongono in tutta fretta.
Stoffe che parlano di altri anni, modelli su cui si sono costruite le attuali vite.
Nel mio armadio mnemonico, ho una anta intera piena di divise da Mistoterital, del resto, quasi un decennio in una band, produce una bella collezione variopinta, da conservare con cura. Chi di voi suona o canta (o ha suonato, o ha cantato), sa benissimo la differenza che passa fra fare musica assieme ad altri e essere un Gruppo.
Ecco, con gli altri cinque Mistoterital ho vissuto nei miei “twenties” la struggente bellezza di essere un gruppo, e ritengo doveroso mantenere in circolo le sensazioni, i ricordi, la sfrenata produzione di divertimento di quel periodo così importante.
Per cominciare bene il 2004, ha onorato un debito online: ho riordinato, dimensionato, uplodato, sottotiolato le immagini della Reunion “Di Nuovo Tante Scuse di LMT, avvenuta poco più di un anno fa.
Mi permetto di sottoporre la visione ai nuovi amici che passano spesso di qua, visto che fa parte del materiale con cui è costruita la Casina Verde.
E poi ci sono anche Gioconda ed Emma che fanno le fans… Un anno fa… Ragazzi, come crescono.

GALLERY 1 / GALLERY 2 / GALLERY 3

 
 
 
La Vonorace is powered by WordPress™ on FatMary Theme © 2008
‡ 25 queries in 0,480 sec ‡