Ovvero la “Cura della Scarpa“. Oggi e qui, nella nostra epoca sottotitolata, è una cosa che sa da librino zen, quelli che trovate accanto alle casse delle librerie. Forse è facile per me, cresciuto figlio di calzolaio, tenere in grande considerazione questo rito desueto. Ed è un po’ snob, quanto inevitabilmente genetico, provare sempre un’ostia di disprezzo per le calzature insane indossate dalla maggior parte della gente.
Il mio babbo, signor Dante, ha fatto per quasi quarant’anni il proiezionista. Sì, l’omino dietro i fasci di luce al cinema; era uno degli invisibili “Mr. Cinema Paradiso“. Questo lavoro, impaginato sui ritmi delle sale cinematografiche, lo costringeva ad orari sbilanciati verso la notte e a mattinate teoricamente libere. Il signor Dante, indefesso capofamiglia emiliano, occupava quindi certe ore antimeridane con quella che era stata la sua prima attività da ragazzo: il calzolaio, o meglio, come precisa lui: “ciabattino riparatore“.
Per un verso fu un handicap. Avere una costante fornitura di scarpe fatte “in casa”, negli anni ansiogeni dell’adolescenza mi tolse ogni pretesto per comprarmi, seppur di rado, un paio di “barche” in linea coi capricci della moda. Le mie scarpe erano sempre di foggia tendente al classico; chiedere ad un calzolaio di riprodurti uno dei modelli da sbarbo di quell’epoca, equivaleva a colpirlo rudemente nell’orgoglio professionale.
D’altro canto, amici, io a quarantaquattro anni ho piedi da giovinetto in perfetto stato. Camminare quasi tutta la vita nel cuoio, o camoscio, o pelle ecc… tagliata e montata sulla forma dei tuoi fettoni, qualcosa fa. Inoltre ti rende un temibile cliente per i calzaturifici. Il commesso entra in agitazione quando inizi ad osservare in che modo e’ montata la tomaia, guardi i punti delle cuciture, passi un dito sulla fresatura della suola, scuoti la testa per come sono incollate le solette interne…
Oggi il signor Dante, sereno pensionato a San Pietro in Casale, non mi fornisce più costantemente le scarpe del cambio-stagione. E’ pur vero che non vivo da tanti anni sotto il suo tetto e da ancora più tempo il mio piede ha smesso di crescere. Ma forse per questo, con soddisfazione ancora maggiore, ogni tanto mi dedico a certi suoi manufatti antichi.
Con movimenti circolari, passo sul cuoio l’apposita spazzolino (ne occorre uno per ogni colore), bello saturo di lucido di buona qualità. Lo stendo generosamente, fino a rendere opaca tutta la scarpa, lo lascio a rapprendersi un po’, mentre ripeto l’operazione sulla sorella. Poi, mano sinistra infilata dentro, mano destra che impugna un’altra spazzoletta più morbida e corta e avanti con un movimento rapido e insistito, quello di un piccolo bilanciere, mentre la materia conciata riassume, centimetro dopo centimetro, l’aspetto glorioso che devono avere delle autentiche “scarpe da uomo”. Profumo intenso di lucido che quasi ubriaca, e il tocco finale: con un panno morbido si strofina di nuovo tutta la scarpa su cui, a questo punto, deve riflettersi la luce.
il sig. Dante= (qualche mese fa) … del resto, ti ho sempre fatto le scarpe sulle forme di Domenico Modugno. Tu hai il piede di Modugno.
io= Cosa? Come?
il sig. Dante= I modelli di legno su cui ho sempre montato le tue scarpe no? Erano quelli di Modugno, il cantante.
io= Ma… mica lo sapevo! come mai non me lo avevi mai detto?
il sig. Dante= (ruota le mani facendo un gesto che potrebbe significare “non lo so nemmeno io”)


BOLLI BOLLI PENTOLINO
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