Questo mese, per la prima volta in otto anni, nonna Angela non leggerà
la mia rubrica. Non se n’era mai perso un numero.
Era la lettrice più affezionata delle avventure di Emma, Gioconda e Iris, e per un’ottima ragione: era la loro nonna paterna – l’unica che hanno conosciuto, visto che mia madre è scomparsa quando io ero poco più grande di loro.
Chissà se, da qualche parte, ora si sono incontrate – di nuovo giovani e belle, così simili nell’aspetto, due ragazze italiane minute, con capelli neri, grandi occhi scuri e sorrisi luminosi, e così diverse in tutto il resto: semplice e forte Angela, cerebrale e fragile Lella.
Due “ragazze del secolo scorso“, nate in tempi poveri e bui, pochi regali dalla vita, figlie di genitori severi, madri severe per i loro figli. Nella loro etica, era più importante tirar sù delle brave persone che avere dei bambini sempre contenti. Lella non ha fatto in tempo ad addolcirsi per i nipotini, Angela sì, anche se per un tempo troppo breve. Ma il tempo delle nonne è sempre troppo breve. Io, la mia, l’ho avuta fino a trent’anni e la rimpiango ancora, e non solo per l’immenso e incondizionato affetto che mi dava. E’ che certe nonne sanno riempire di senso tutti i vuoti che il ritmo frenetico e scervellato della nostra era lascia nelle vite dei figli e dei nipoti.
Sarà perché sono cresciute in un’epoca in cui non si guardava troppo l’orologio, bastavano il sole e le campane, un’epoca dove tutto era meno facile, ma più semplice – e i bambini sono semplici, non facili.
La nonna non sa cos’è la noia, forse perché non è molto abituata a pensare a se stessa, e quando si pensa agli altri, si trova sempre qualcosa da fare. A casa della nonna sembra di non fare niente, perché ci sono meno giocattoli, non c’è il computer né il satellite, e invece si imparano un sacco di cose. Basta guardarla mentre fa le faccende – piano, non di corsa come la mamma – o quando cucina certi piatti che la mamma non sa o non ha il tempo di preparare: i dolci di carnevale, le lasagne, o anche il sugo di pomodoro, la cosa più semplice del mondo, ma solo lei lo fa così buono. O chiederle la storia dei tanti strani oggettini che tiene per casa – cartoline, souvenir, foto in bianco e nero che sembrano venire da un tempo lontanissimo, in cui lei e il nonno erano magri e pieni di capelli, ma a te piacciono di più adesso, meno dritti e spigolosi, meno somiglianti ai tuoi genitori. La nonna sa tante canzoni, e te le insegna, sa giocare a carte, e te lo insegna, sa lavorare a maglia, e te lo insegna (o almeno ci prova). E sa tante altre cose che non ti dirà mai, perché sei piccola e da piccoli non c’è bisogno di sapere tutto, è più importante mangiare bene, non prendere freddo e sentirsi al sicuro. Nonna Angela era tutto questo, per i suoi cinque nipoti e per me. E ora il mondo ci sembra un po’ più freddo e un po’ meno sicuro.

24 aprile 2006 @ 10:18
Grazie per questo pensiero a voce alta. Delicato e intenso. E pieno d’amore. Un bacione a voi verdini.
25 aprile 2006 @ 19:47
Mi chiedo a volte che nonno sarò (se ci arriverò…)
27 aprile 2006 @ 10:35
Un abbraccio a tutti, cominciando da Rob.
29 aprile 2006 @ 19:14
Lia, a leggere queste righe così piene ripenso a quel che dicesti presentando Alieni a Rimini: sono le nonne, quelle che tengono in piedi le famiglie di questo nostro paese un po’ balordo, e noi ne abbiamo bisogno, tanto. Non si è mai pronti, a farne a meno, non si vorrebbe mai.
Sommessamente rinnovo il mio abbraccio, a Rob e a tutte voi. Con affetto.
3 maggio 2006 @ 22:30
Lia,non ti scrivo mai, ma ricorri spesso nei miei pensieri.
Grazie per questo post, è molto bello.
Mia nonna è morta la scorsa estate avendo 98 anni, Marta l’ha conosciuta bene anche se non ha mai carpito il patrimonio di informazioni che io ho avuto da lei. Lo passerò io a lei,
Abbracci a tutti voi.