Chi è Alison Wolf, e perché vuole farmi tornare ai fornelli?
Alison Wolf è docente di Management al King’s College di Londra, e, con un articolo per la rivista inglese "Prospect", ha fatto arrabbiare anche molte giornaliste di casa nostra. In sintesi, Wolf sostiene che il massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro, anche in posizioni dirigenziali, ha privato la società dell’immensa ricchezza rappresentata, negli ultimi due secoli, dallo "spirito di servizio" femminile. Che, nelle classi più basse, si traduceva soprattutto in maternità, cura della famiglia e solidarietà con le altre donne, e in quelle più istruite in un volontariato ad altissimo livello, non solo fra le mura domestiche, ma anche nell’insegnamento e nell’assistenza ai poveri.
L’attuale società "self-oriented", osserva Wolf, ha tolto valore all’impegno (gratuito) per gli altri, e nessuno, uomo o donna, trova più alcuna gratificazione nello spendere la propria vita per migliorare quella altrui – anzi, dedicarsi alla famiglia, per una donna con un buon livello di istruzione, è considerato "buttarsi via". Di qui lo "sboom" demografico, eccetera.
A questo punto, forse dovrei incazzarmi con la professoressa Wolf – e lo farei di cuore, se avessi letto solo il sunto del suo articolo proposto da Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera, con l’antipatico titolo "La carriera uccide la sorellanza?". Ma siccome sono andata a leggermelo, l’articolo su "Prospect", mi arrabbio un po’ meno – forse perché era così lungo, e scritto così in inglese che alla fine ero troppo stanca per arrabbiarmi. In Italia solo il Foglio o Libero osano sostenere apertamente che le poche donne in carriera in circolazione nella penisola rovinano la società, ma con toni molto più bigotti e/o trucibaldi del dotto e composto allarmismo "british" di Wolf.
Certo, non mi piace che nel suo articolo il sesso maschile venga dispensato da qualsivoglia obbligo di "servizio" verso il prossimo, e si rimpianga l’educazione femminile ottocentesca, in cui diventare "angelo" (del focolare, del capezzale, della cattedra) era l’unico modo per riscattare la propria natura intrinsecamente diabolica. Ma mi sforzo di immaginare una luna, oltre quel dito. Tutte le cose belle importanti nella vita degli uomini e delle donne – una famiglia, un gruppo rock, una rivoluzione, un giornale libero – per funzionare hanno bisogno di una quota più o meno ampia di lavoro entusiasta e oscuro, non retribuito e spesso non riconosciuto, offerto da uomini e, più spesso, da donne. In parole povere, ci vuole sempre qualcuno che si faccia il mazzo, senz’altra ricompensa che la sensazione di stare facendo qualcosa di bello per sé e per gli altri. E’ una legge ingiusta e forse crudele, ma finora non trova smentite. Oggi il sistema di valori in cui cresciamo, le necessità quotidiane, e soprattutto un’organizzazione del lavoro che ci chiede sempre di più per darci sempre di meno, ci rendono tutti incapaci di regalare un po’ di noi stessi, del nostro tempo, a chicchessia. Senza spirito di servizio, non si mettono al mondo bambini, ma nemmeno rivoluzioni, giornali liberi o romanzi o gruppi rock che non siano pure speculazioni commerciali.
Se il carrierismo uccidesse solo la sorellanza, quasi quasi potrei anche rassegnarmi.
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