Come vivere infetti e felici
 
 

gennaio

Posted at gennaio 16, 2008 by

Grazie alla famosa università a distanza, Benedetto XVI potrà rompere le balle a studenti e professori senza muoversi dal Vaticano: «Ne ha il sacrosanto diritto – confermano i suoi tutor – visto quel che gli facciamo pagare». Anche da sinistra si critica la protesta dei docenti della Sapienza contro il Papa: «Discriminato uno studente lavoratore straniero». Il Viminale: «Eppure alla Sapienza c’erano tutte le garanzie di sicurezza: da anni Scattone e Ferraro non frequentano più l’ateneo». L’Osservatore Romano riporta d’attualità la vicenda di Giordano Bruno: «Non è stato bruciato, ma termovalorizzato». Nuovo testimonial d’eccezione per il Cepu: «Giuliano F., 60 anni, ateo ed ex comunista, ha laureato la sua intolleranza ed è diventato teologo». Detto fra noi, l’ottanta per cento dei giovani italiani non sa perché si alternano il giorno e la notte: chi ha offeso di più Galileo, la Chiesa della Controriforma o la scuola della riforma Moratti?

 
 

dicembre

Posted at dicembre 11, 2007 by

Tina, la spia che non ci amava per nienteScrittrice, amazzone, maliarda, agente segreto al servizio di Sua Maestà durante la Seconda Guerra mondiale, salvatrice di opere d’arte e prof al Liceo-Ginnasio di Rimini: no, non è un “trovate l’errore”. Albertina (Tina) Crico, alias Roxane Pitt, morta a Londra nel 1994, fu davvero tutto questo, e forse anche di più.
Tina, la spia che non ci amava per nienteUn tipo di donna avventurosa di cui si è perso lo stampo, ma non il ricordo, grazie allo storico Federico Muccioli e al suo prezioso libretto «Il registro della spia – Le molte vite della professoressa Tina Crico», appena pubblicato dalla Panozzo Editore .
Il volume verrà presentato sabato 15 dicembre a Rimini, nella Sala del Buonarrivo, Corso d’Augusto 231. All’incontro, coordinato da Lia Celi insieme all’autore, saranno presenti Maria Luisa Zennari e Manlio Masini. Si sconsiglia la presenza agli allergici alle spy-story e al profumo di cuoio di Russia.


 
 

novembre

Posted at novembre 2, 2007 by

A cinque mesi è d'uopo afferrarsi il piedinoNon si è negata il lusso supremo: un figlio a 43 anni“: la frase, sbirciata mesi fa in un articolo sui cinquant’anni di Carolina di Monaco, continua a ronzarmi nel cervello. Ehi, tu, laggiù nella mia pancia, non montarti la testolina: se tutto va bene, nascerai quando la tua mamma di anni ne avrà solo 42.
Sempre lusso sarai, ma leggermente meno supremo. Mica sono una principessa, del resto (e, considerato il popo’ di sfighe toccate a Carolina, ne sono ben felice). Tu pensa a crescere bene e a farti bello tosto, perché quando uscirai di lì (verso la metà di febbraio, se tutto va bene) ti aspettano tre piccole streghe curiose e, seppure in diverse gradazioni, entusiaste di avere un fratellino, e due genitori così pazzi da regalarglielo.
Care lettrici, risparmiatemi, vi prego, il commento che ormai abbiamo sentito mille volte: “ci voleva il maschietto, dài e dài ci siete riusciti”. A parte il fatto che, scaramanticamente, non bisogna dire gatto finché non l’hai nel sacco (in questo caso, sarebbe più corretto dire “fuori dal sacco”), semmai sarà questo maschietto ad aver voluto noi, e ad esserci riuscito. Mica l’abbiamo cercato. Diciamo che ci siamo fatti trovare. E lui era proprio in cerca di una famiglia con due genitori vecchiotti e
svitati, tre sorelle casiniste e una gatta scorbutica.
Starà un po’ stretto e dovrà abituarsi da subito a non essere il centro dell’universo, ma la prospettiva, evidentemente, non gli dispiace. Il bello, quando sei al terzo o al quarto figlio, è che non lo senti più solo tuo. E’ il figlio della famiglia. Siamo incinta un po’ tutti.
Emma, che un fratellino me lo chiedeva da anni (specie dopo aver preso atto dell’intesa speciale fra Gioconda e Iris), è al settimo cielo e si è già incaricata della sua educazione. “Ne farò un maschio come dico io, che capisce le femmine e sa starci insieme, mica come certi scimmioni“. “Emma, non crederai di poterlo manipolare“, insinuo, allarmata. “No, mamma. Io voglio perfezionarlo”. Ohibò.
Gioconda non promette niente, e si limita ad accarezzarmi la pancia. La sua prima reazione, alla notizia, era stata uno scoppio di pianto. “Dimmi che non è vero – è sbottata -. Stiamo già bene così!”. Poverina, ha lavorato duro sulla sua delicata posizione di “sorella di mezzo“, credeva che tutto fosse finalmente in equilibrio, e invece patatrac, si cambia di nuovo. Senza contare che lei e Iris avrebbero preferito un cagnolino. Giochi è l’assicurazione sulla serenità di Iris. Se la piccola è sicura che il “lusso supremo” non si metterà mai fra lei e la sua morbida sorellona, vivrà il nuovo arrivo in modo meno traumatico. Roberto ed io, invece, ci prepariamo con gratitudine a imparare qualcosa di nuovo – sui bambini, e soprattutto su noi stessi.
Con un nuovo piccolo maestro – un maestro col pistolino, questa volta.

dalla rubrica “Mamma Imperfetta“, Insieme (Rcs), nov. 2007





 
 

giugno

Posted at giugno 3, 2007 by

Gesù e il bruco“Che settimana!” ha sospirato Emma un sabato sera, reduce dalla sua Prima Confessione. “Un giorno ho musica, l’altro lezione di teatro, ieri pomeriggio da Sara, oggi un sacramento…”
Roberto ed io ci siamo guardati in faccia, smarriti, perfino un po’ scandalizzati da quell’agenda candidamente blasfema, in cui mondarsi dai propri peccati davanti a Dio, giocare a Solo con l’amica e suonare il flauto sono sullo stesso piano. Ci siamo guardati, smarriti. Abbiamo creato un mostro? Peggio ancora, stiamo creando l’ennesima ragazzina superimpegnata e superficiale? Tutto comincia un giorno di novembre, quando Emma mi chiede di poter frequentare le lezioni di catechismo. I genitori le avevano lasciato libertà di scelta: Roberto ed io, pur cresciuti nella religione cattolica, non siamo praticanti, crediamo a modo nostro, fra dubbi e incoerenze, tipo quella di far battezzare tutte e tre le nostre figlie malgrado le nostre perplessità sul battesimo degli infanti (condivise peraltro da gente ben più religiosa di noi).
Fra gli impegni presi quel giorno, c’era quello di crescere le nostre figlie nella religione cattolica. E qui sta il punto. Io non vorrei che le mie figlie crescessero in una religione. Preferirei che fosse la religione a crescere in loro. Nei bambini il sentimento religioso si coltiva coltivando le loro emozioni, i loro pensieri. Un fiore, un’immagine, una musica possono avvicinarli a Dio molto meglio di una vignetta con Adamo ed Eva da colorare.
Per dire: in Emma, che è tutt’altro che una mistica, la voglia di catechismo è nata dopo essersi profondamente commossa cantando un salmo nel coro della cappella della scuola. Poi, a dottrina, ha trovato delle brave e volenterose signore che le hanno spiegato che Gesù è come il bruco, che sembra morto ma poi invece rinasce e vola in cielo. Più che il vangelo, sembra “A Bug’s Life” della Pixar.
Ed Emma che credeva che la religione fosse una cosa seria.
Quando va a messa, la liturgia è troppo difficile da capire, ma Dio le parla attraverso l’architettura della chiesa, le immagini dei santi, la potenza dei simboli. Fra i quali ci sono il pesce e l’agnello, ma sicuramente non il bruco. “Crescere nella religione”, forse, significa solo entrare a far parte di un’organizzazione. Che a sei anni ti chiama all’oratorio per fare gli angioletti di pongo, a sette ti fa colorare le schede sulla Bibbia, a otto ti insegna a inginocchiarti davanti a un confessionale ad enumerare peccati inventati. Forse ti insegnerebbe anche qualcosa di più, se le catechiste non dovessero passare metà della lezione a chiedere silenzio e attenzione ai tuoi iperattivi compagni.
Ma poveri bimbi, cosa vuoi mai pretendere, devono sfogarsi. Dopo catechismo hanno scuola di calcio. E Dio perdona, l’allenatore no.

Da “Insieme“, mensile Rcs. (tutti i testi di Lia Celi sono su Bendix)





 
 

febbraio

Posted at febbraio 5, 2007 by

Emma/2000-2Doveva arrivare, la stagione del “no”. Ed è arrivata. Emma ha scoperto la parolina magica che serve a fermare il mondo. Ogni bimbo ha il suo personalissimo modo di pronunciarla. C’è il “nah” petulante e risentito, il “nooò” leziosetto, il “neeee” lamentoso con un sospetto di pianto.
Mia figlia sa di aver a che fare con adulti particolarmente ottusi coi quali è meglio spiegarsi bene, e ogni volta spara una raffica di “no-no-no-no” serissimi e perentori, agitando le manine davanti a sé. E a volte non bastano per scoraggiare le stupide avances di mamma, papà o tata.
Emma, ti va di uscire?” Ma cosa gli salta in mente. Emma sta leggendo l’avvincente storia del pulcino che cerca la sua mamma malgrado i depistaggi del vitellino e del cagnolino, come si fa a voler uscire quando fra un paio di pagine c’è il sospirato ricongiungimento con la chioccia? “No-no-no-no”, replica la bimba, seccata. Niente da fare, i grandi hanno deciso che è ora della passeggiata, la ghermiscono con le loro manone e la insaccano nella tuta. “Tesoro, andiamo a cambiarci il pannolino?” No-no-no-no, Emma è troppo impegnata a inseguire il gatto per pensare al pannolino bagnato…

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gennaio

Posted at gennaio 14, 2007 by

Abitava in un palazzo storico di Ferrara, ora vegeta in uno scatolone. Per la precisione, in 179 scatoloni. Ha chiesto aiuto al Comune di Bologna, ma le sue grida sono cadute nel vuoto. Non può camminare, dev’essere curato da esperti, eppure è pieno di fascino, ha tanto da insegnare, ed è stimato in Italia e in Europa. Il fatto che non si tratti di un essere umano, ma di un museo, non rende il suo caso meno penoso. Abbiamo intervistato questo insolito homeless.

D. Ci parli di lei.
R. “Sono il Museo dell’Illustrazione. Mil, per gli amici. Nato a Ferrara nel 1992 grazie a Paola Pallottino, somma autorità in materia e archivio vivente della storia dell’illustrazione italiana. Avrebbe dovuto vedermi qualche anno fa, quando stavo a Casa Frescobaldi. Ero una chicca, “esempio unico in Italia e in Europa“, mi chiamavano…

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gennaio

Posted at gennaio 11, 2007 by

I soliti passatisti sostengono che le multisale abbiano privato lo spettatore dell’emozione, della poesia e della magia che aleggiavano nei mono-cinema d’antan. Giudizio drastico e ingiusto: anche le multisale offrono emozione, poesia e magia, solo di altro tipo.
Chi durante il periodo delle feste è andato, magari con famiglia al seguito, a vedersi un cine-panettone al Multiplex del centro commerciale, sa che una multisala può dare moltissime emozioni, così indimenticabili da non farti sentire per molto tempo il bisogno di ritornarci. Già è emozionante dover pianificare una serata al cinema come una spedizione rischiosa. La multisala è fuori città, bisogna uscire di casa almeno un’ora prima dell’inizio del film, tenendo conto di eventuali intoppi nel traffico e delle peregrinazioni nel parcheggio per trovare una piazzola libera, o almeno non totalmente invasa dai due suv adiacenti. E poi, che emozione vagare nell’immenso parcheggio della multisala in una nebbiosa sera d’inverno, col terrore di vederti falciare i bambini dall’auto di un neopatentato che, dopo aver visto “Eragon“, crede di guidare un drago!
Poi, giunto alle casse, ecco la magia: scopri che l’orario indicato dal giornale o dal sito è sbagliato, e ti sei già perso un quarto d’ora di film. Per fortuna, la fila alle casse è sempre biblica, e ora che hai fatto il biglietto è già iniziato lo spettacolo successivo.
Nel frattempo puoi emozionarti con il variopinto spettacolo di una coda all’italiana, fra spintoni, parolacce, bambini che fanno i
capricci e coppie che litigano sul film da vedere. E’ come vedere dal vivo un film dei Vanzina, ma nel mio caso, con un cast prevalentemente romagnolo: un’esperienza unica.
E quale emozionante mistero si cela nell’avviso che “il film inizierà venti minuti dopo l’orario indicato“?

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dicembre

Posted at dicembre 21, 2006 by

Cassa Dolce Cassa / cover di Fagnani
Nota di R:ob: Questo testo dello scorso anno è circolato solo nelle terre di Toscana, finendo nelle mani privilegiate dei consumatori Coop di quella regione. Regalato in occasione dell’ Otto Marzo, non ha avuto altra diffusione e quindi a buon titolo può diventare, qui e oggi, un omaggio natalizio di questo blog ai suoi assidui lettori.
Traggo dalla quarta del libriccino: “Un libro dedicato alle donne che fanno la spesa, infaticabili esploratrici in missione quotidiana nell’insidiosa giungla dei prezzi. Ma anche ai loro mariti, compagni e figli, che le accompagnano o, a volte, le sostituiscono. Testi (di Lia Celi), vignette (di Francesco Fagnani) e un originale “test finale“, aiutano a riconoscersi e a sorridere dei tic, delle abitudini e delle debolezze che tutti riveliamo quando andiamo per negozi o supermercati“.
Trattandosi dunque di spendaccioneria, quale miglior periodo dell’anno, se non l’attuale, per rileggere queste righe? A nome della scrittrice, della nostra famiglia e del Consorzio Blog Casina Verde, vi auguriamo Feste degne e serene.
E che il vostro Bancomat vi protegga, almeno fino al sei di gennaio.

INTRODUZIONE
A ogni otto marzo, c’è sempre qualcuno che brontola. Ci risiamo con le mimose, le cene tutte al femminile e pure l’immancabile libro-omaggio della Coop. Uffa, che bisogno c’è di festeggiarvi, a voi donne? Non siete più una minoranza oppressa. Statisticamente siete la maggioranza. E quanto all’oppressione, via: oggi una donna può fare tutto, come un uomo.
Alt: questa teoria è vera solo a metà. D’accordo, non esistono più leggi che impediscono alle donne, almeno in linea di principio, di esprimersi e di competere ad ogni livello con il sesso forte. Ma il grande vantaggio maschile non sta nel "poter fare tutto", bensì nel poter "non" fare tutto. O almeno di non doverlo fare tutti i giorni. Per capirci un uomo può fare il prof di matematica, o l’operaio, o il dirigente d’azienda o il panettiere – e basta. Ha una casa, magari anche una famiglia, ma non è tenuto a occuparsi personalmente della polvere sui mobili e del moccio al naso dei figli. Una prof, un’operaia, una dirigente o una panettiera può fare contemporaneamente anche la padrona di casa e la madre di famiglia. O meglio, deve.

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ottobre

Posted at ottobre 26, 2006 by

trerosa.jpg
Uno dei motivi per cui mi dispiace di non aver avuto figli maschi è che questa rubrica risulta da anni totalmente femmino-centrica.
Care mamme di maschietti, non sono in grado di rappresentarvi: quel che potevo fare per assortire meglio la prole l’ho fatto, ma io e mio marito dobbiamo aver concepito tutte le nostre creature nei giorni in cui i fatidici spermatozoi con il cromosoma XY erano in vacanza. Vabbè, Madre Natura fa bene i suoi conti, e mentre io scoprivo di portare in grembo la terza femmina, sicuramente un’altra madre scopriva di aspettare il terzo maschio, e, se di dispiacere si può parlare, forse lei era più dispiaciuta di me. Perché tutti I bimbi sono fiori, ma le bimbe lo sono un po’ di più, o almeno così crede la gente finché non conosce le mie figlie, che odiano le gonne, snobbano le bambole, fanno la lotta e si grattano fra le dita dei piedi in pubblico.
Tutto ciò non impedisce loro di sentirsi pienamente e orgogliosamente femmine, felici di poter generare e allattare bambini, in futuro, come la mamma.
“Io però avrò anche un maschio”, precisa Emma, che ultimamente, ispirata dall’espressione “donna a tutti gli effetti” orecchiata non so dove, si è inventata un’altra delle sue supereroine futuribili, Donna-Tutti-Gli-Effetti (effetti speciali, naturalmente), compreso, presumo, quello di fare figli maschi. Un superpotere che a me manca, ahimé.
Ogni tanto vorrei anch’io poter accarezzare una testina di capelli corti, invece che inseguire per casa col pettine tre streghine dalle chiome scapigliate. E forse anche a Roberto piacerebbe poter fare discorsi da uomo con l’ometto destinato a “tramandare il cognome”, visto che noi italiane continuiamo ad accettare che I figli portino solo quello paterno, e non quello di entrambi I genitori, come avviene in tanti paesi.

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ottobre

Posted at ottobre 3, 2006 by

Altrochè Suv, Ferrari e Porsche: il sogno proibito su quattro ruote per i riminesi dev’essere il carrello da supermercato. Non si capisce altrimenti perchè se ne rubano tanti. Seicento in due anni solo al Conad di via Serpieri, stando al cartello spazientito apparso in questi giorni all’entrata del supermercato, uno dei pochi ancora sprovvisti di carrelli a moneta. Seicento carrelli in un anno significa in media un carrello al giorno.

Una volta al giorno, un carrello scompare nell’ascensore del Conad, riemerge al pianterreno di Coin e infila l’uscita per non tornare mai più. E qui sta il mistero. Dove va a finire? Se a trafugare i carrelli fossero solo i clienti furboni che non se la sentono di portare le borse a mano fino alla macchina, li ritroveremmo abbandonati nei parcheggi. E in effetti, ogni tanto capita di vederne qualcuno alla deriva dalle parti di piazza Gramsci.
Quello che non si vede mai, è il carrello che si aggira ancora pieno per il centro storico, spinto con fretta sospetta. E già, perché un carrello da supermercato non è una macchina né una bici, che quando la rubi ci salti sù e via. Devi spingerlo. Difficile che passi inosservato. Già le rotelline si impuntano sulle lisce piastrelle del super, figuriamoci sui sampietrini e sull’asfalto accidentato di via Guerrazzi. Non raglia, però sferraglia un bel po’. Eppure è impossibile cogliere sul fatto il dirottatore di carrelli, che deve per forza agire di giorno, visto che di notte il Conad è chiuso. E questo fa pensare che non si tratti di un dilettante, ma di un vero professionista, con aderenze nel mondo dell’illusionismo e con alle spalle un supporto logistico puntuale ed efficiente.

Resta da stabilire perché un simile genio del crimine si dedichi ai carrelli del Conad invece che a refurtiva commercialmente più interessante o anche solo più utile, perchè non sono molti gli usi domestici del carrello da supermercato. In sala da pranzo sta male, in cucina prende troppo posto, come passeggino non è omologato, al massimo può servire per trasportare il bucato, e vabbè che dietro i peggiori delitti ci sono moventi futili, ma la movimentazione-bucato è troppo futile. Passiamo in rassegna le piste più credibili: 1) Il ladro è un feticista dei carrelli, e portarsene via uno gli fa l’effetto del Viagra. 2) Nel Riminese il carrello è diventato un portafortuna, come il cornetto o il ferro di cavallo, e lo si ruba per poi farne un regalo di nozze. 3) Esiste un racket che esporta carrelli italiani in Albania, per gli albanesi che non possono permettersi una Mercedes italiana rubata. 4) Il furto del carrello è un rito, una prova iniziatica per accedere a una setta di satanisti anti-mercato (successivamente il carrello viene sacrificato nel corso di una macabra cerimonia, il che spiegherebbe perché sia così difficile ritrovarli).
Tanto di carrello a chi saprà risolvere il caso.

 
 
 
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