Ha fatto la voce grossa e ha fatto volare anche le barche, la Stagione che ha detto “mo’ basta, prego accomodarsi: l’autunno è di là“.
Allora mi sbrigo con gli ultimi ringraziamenti, ultimi almeno per quest’anno balneare. Fra le tante cose a cui dovrei dare spazio, devo necessariamente esprimere una gratitudine maturata in 4-5 anni di frequentazione. Un periodo che ha compreso la prima infanzia di tutte le mie figliole, potremmo dire dalla Bomba al Capitano Uncino.
Parlo del Bagno 18 di Viserba di Rimini, primo approdo del nostro famiglino vacanziero, quando in qualità di “coppia con bambina“, cercavamo una zona adatta alle nostre esigenze. Lasciati da qualche tempo gli stabilimenti di Marina Centro, divenuti di colpo troppo modaioli, ci mettemmo sotto l’ombrellone di amici storici, Giovanna, Luca e il loro piccolo Marcello, coetaneo di Emma.
E in questa classica spiaggia nostrana, a soli 3 km da quella che sarebbe divenuta casa, apparvero prima che altrove alcuni segnali di attenzione per le nuove famiglie. L’area Baby Club, contenuta e protetta, piena di gonfiabili e giochi vari; qualche servizio di spiaggia aggiornato ad anni successivi al 1965; un briciolo di fitness e animazione, fatta con cortesia e discrezione. Da soli, questi aggiornamenti, illuminavano il Bagno di Athos e Andrea (e della mamma Graziella), di una luce quasi nordeuropea.
Ma più nel bene che nel male, il contrappeso mediterraneo veniva assicurato dall’appuntamento con i balli di gruppo.
Trattenete il vostro orrore: dovessi fare un’esegesi musicale, oppure mi fossi abbandonato, all’epoca, alle reazioni che mi suggeriva il background rockettaro, la scure e il lanciafiamme sarebbero stati, oggi come ieri, l’unica risposta possibile.
Mi trovavo a tu per tu con il consumo più brutale dell’annata discografica, quello del single-latino-estivo che si presenta ogni anno, senza se e senza ma. Mi esponevo, volontariamente e senza fattore di protezione, a quei ritmi sudamericani, a quei testi ispanico-maccheronici che di solito mi procuravano ustioni e avvilimento. Canzoni che raccontavano e raccontano di liquori e dinero, esortando senza pause a indemoniarsi, a saltare e ballare, ballare, ballare.
Affinata negli anni la zona merenghe del mio cervello (che non sapevo di possedere), sono anche riuscito a comprendere qual’è il tema comune a tutti questi brani: il sedere, con buon rispetto. Ci girano attorno, parlano d’altro, ma poi, alla fine di ogni fraseggio musicale, è lui che va agitatato ed esaltato. E non voglio commentare il fatto che, nelle nostre spiaggie domestiche, ciò che si dimena sotto il tuo naso non è sempre materiale da esposizione.
Ma aveste visto, amici, Emma a due anni, che ballava rapita con la sua ombra. O Gioconda che saltava come un leprotto. O Iris che restava magnetizzata dalle note sparate sulla sabbia, sareste qui con me a ringraziare la Simona, maestra di movimento, o Giuseppe, aiuto-bagnino votato alle danze, o gli altri discepoli e volontari che si sono succeduti sulla pedana del 18. Quei minuti di totale felicità corporea delle piccole mi hanno reso capace di sopportare, di buon grado, persino delle Ketchupspagnole di traverso nello stomaco.
Papà, ti faccio vedere una cosa? Sai che so fare Berlus****? Guarda, mi metto gli occhiali sul ginocchio.
Vedi? “Sono Berl****ni, sono il più bravo di tutti, so fare tutto, sono il padrone dell’Italia!!”
NdP= Ah ah ah ah ah! Ehmmm… Emma.. più piano eh? NOn strillare così…
)))))))))))))
Queste ragazze. Dichiarano a destra e a manca che no, non poseranno mai per un calendario, come certe loro colleghe. Poi, appena arriva una proposta interessante… Così anche Gioconda, come molte altre Topin-Up prima di lei, sfodera le sue arti seduttive e ci regala, in anteprima qui su La Vonorace, un servizio che è il miglior auspicio di quello che ci porterà lo ’04.
Complimenti dunque all’Encantadora della Casina Verde, per lei prevediamo, senza dubbio, ampi margini di crescita.
Anteprima del Calendario di Gioconda: cliccare sull’immagine.
“Oh s’ la bòffa, stamateina!” avrebbe detto la mia nonna, e non avrebbe messo il naso fuori. Sorvoliamo sul fatto che la nonna non usciva neanche col bel tempo, fattostà che noi della Trici ci siamo asfaltati di roba per fare il breve tratto che separa la Casina Verde dall’asilo.
Muffole, sciarpone, scaldamuscoli, paraorecchie colorati ricevuti durante le Feste. Gioconda sembrava un Orsetto Siberiano arrivato all’Aereoporto F. Fellini per comprare le scarpe romagnole.
Sono cambiate le ragazze in questi venti giorni, sono andate avanti. Le feste di Natale sono una strana terapia. Stare assieme tante ore, in casa, perchè la stagione non consente grandi uscite. Così le figliole si amalgamano, si combattono, si impastano per tutto il giorno in una cattività spessa e zuccherosa. Subito dopo Natale Iris ha iniziato con “Mam-ma- mam -maaaa!”
Le “due grandi” inventavano parole sciocche e ridevano a crepapelle. Emma ora è altissima, Gioconda è stata defintia dallo zio Piero un “Gattino di Piombo“.
Con loro due si è fatta anche la prima uscita familiare in un cinema: una misteriosa multisala ci ha inondato dei colori e dei suoni di “Alla ricerca di Nemo“. Grande successo! L’amico Marcello, 5 anni come Emma, era esaltato. La Gichina andava sostenendo di essere lei il pescetto Nemo, la Primogenita s’avocava invece il diritto di essere TUTTI gli altri personaggi del film.
Stamattina, insomma, abbiamo visto la città postepifanica che si ri-immetteva sui binari consueti, con le luminarie esauste e penzolanti. Confesso una mia nevrosi: non sopporto le decorazioni natalizie ancora esposte dopo il 6 gennaio. Nemmeno per mezza giornata. Così ieri sera, tomo tomo cacchio cacchio, ho smontato tutto l’apparato, dalle lucine alla ghirlanda sul portone.
Ho fatto le 2:00, ma alla fine non c’era più in giro nemmeno un batuffolo di muschio rinsecchito. Stamattina Emma ha notato subito ogni cosa, ma, tipicamente suo, non ha fatto nessun commento.
Solo dopo mezza tazza di cereali ha buttato lì con noncuranza una domanda: “Perchè hai rimesso la poltrona sotto la finestra?” (dove per un mese ha troneggiato l’albero…).
Gioconda invece ha chiesto subito dove fosse finito l’abete. Dov’è finito, Gioconda? Non so, davvero.
Stanotte, mentre scartocciavo qualcosa alla lucina del frigorifero, ho sentito un cigolìo, un rumore fatto di cento piccoli rumori, e campanellini agitati come nel film di Clarence. Ho fatto qualche passo sbalordito e ho visto, lui! il nostro Albero che apriva la porta e usciva in strada. Ondeggiava e tintinnava, sembrava incerto sulla direzione da prendere. Le pantofole, per le pistole del corsaro… Ci sarà meno cinque, mi butto addosso almeno la copertina su cui gioca Iris, guardo fuori. L’Albero ha raggiunto altri Alberi, usciti dalle case vicine, bassi, stretti, stracolmi di pendagli, oppure un po’ spennati e dall’aria consunta. Alberi veterani, sempre uguali da decenni nelle case di vecchietti che li acquistarono per i figli ormai grandi, con candeline elettriche tali da spaventare gli estensori delle norme di sicurezza CEE.
Alberi pratici e veloci da ufficio. Altri più à la page, con tutte le palline coordinate e i fiocchi di colori eleganti. Frusciavano, si riconoscevano, si salutavano col linguaggio delle lucine intermittenti. Scendevano per via Bertani, raggiungevano altri gruppi di Abeti che confluivano in un unico, pastoso corteo in transito sotto l’Arco d’Augusto e giù, in Borgo San Giovanni. Ti confesso, Gioconda, che non ho avuto cuore di seguirli. Quando gli ultimi canditi scintillanti sono scomparsi in lontananza, sono rientrato con i piedi ghiacciati.
Ma ti prometto che fra undici mesi glielo chiediamo. Si, glielo chiediamo, a quel girandolone fronzuto, dove caspita se ne va senza dirci nulla.
Molti dei Bravi Babbi che scrivono su questi blog hanno nei loro armadi qualche costumino ben conservato, che di tanto in tanto re-indossano nel segreto delle loro camere. Qualche minuto davanti allo specchio (“devo fare qualcosa, ho preso altri chili!“), poi lo ripongono in tutta fretta.
Stoffe che parlano di altri anni, modelli su cui si sono costruite le attuali vite.
Nel mio armadio mnemonico, ho una anta intera piena di divise da Mistoterital, del resto, quasi un decennio in una band, produce una bella collezione variopinta, da conservare con cura. Chi di voi suona o canta (o ha suonato, o ha cantato), sa benissimo la differenza che passa fra fare musica assieme ad altri e essere un Gruppo.
Ecco, con gli altri cinque Mistoterital ho vissuto nei miei “twenties” la struggente bellezza di essere un gruppo, e ritengo doveroso mantenere in circolo le sensazioni, i ricordi, la sfrenata produzione di divertimento di quel periodo così importante.
Per cominciare bene il 2004, ha onorato un debito online: ho riordinato, dimensionato, uplodato, sottotiolato le immagini della Reunion “Di Nuovo Tante Scuse“ di LMT, avvenuta poco più di un anno fa.
Mi permetto di sottoporre la visione ai nuovi amici che passano spesso di qua, visto che fa parte del materiale con cui è costruita la Casina Verde.
E poi ci sono anche Gioconda ed Emma che fanno le fans… Un anno fa… Ragazzi, come crescono.
Una fonduta, lo spumante, il brindisi, gli occhi brillanti dei bimbi davanti alle candelette accese. La Casina Verde ha tenuto alzato il ponte levatoio, mentre tutto attorno infuriava la battaglia, compresa quella fra le reti televisive. Una bella saccagnata di pattume si accumulava a poca distanza da casa nostra, in Piazzale Fellini, ma uno speciale cerchio magico di fette di pandoro e tesserine del Memory ha tenuto lontani gli spiriti malvagi e anche Carlo Conti.
Questa notte speciale ha fatto un grande effetto su Gioconda ed Emma, che anche oggi giocavano “al capodanno”, ripetendo conti alla rovescia e stappando immaginarie bottiglie di brut. Bimbapiccola Iris, ovviamente, ha vissuto tutto dal Pianeta Pigiamino, ma le due sorelle erano già in età sufficiente da godersi l’evento.
Buon Anno a tutti allora, a tutte le famigliole colleghe di blog e a tutti gli amici che traggono aggiornamento su di noi da queste paginette elettriche. Buon Anno persino a chi ha deciso, in un impeto ipernazionale, di interompere la pluridecennale tradizione del Concerto di Capodanno da Vienna, sostituendolo con un centone di musica italica dalla Fenice di Venezia (siamo tutti felici che sia risorta, ma non credo che le si faccia un gran bene con questo tipo di iniziative).
Voglio dire: per mia moglie, per il sottoscritto, e per la totalità delle nostre conoscenze, il Capodanno era riprendere coscienza in tarda mattinata con l’aiuto del brodo di mamma, di ulteriori dosi di spumante e delle note impeccabili dei Wiener Philharmoniker. Il brodo di mamma lo abbiamo perduto da tempo, ora dobbiamo farcela anche senza la musica più capodannosa mai composta. In un soprassalto patriottico la Rai ha differito il Bel Danubio Blu alle 14,45, e tanti saluti ai reali desideri degli spettatori. Ma insomma, il pur legittimissimo concerto da Venezia doveva essere per forza messo in contrapposizione ai Valzer di Strauss? (“Valzer di Strauss” mentre lo scrivo sento in bocca il sapore dello spumante…). E istituire invece, per esempio, un bel Concerto dell’Epifania, il concerto che, ovviamente, tutte le feste si porta via? Magari funziona e voilà, abbiamo una nuova tradizione da festeggiare ogni anno.
Ma come dicevo poco sopra, niente acredine, buon anno a tutti, anche ai dirigenti Rai, che a dar loro degli stupidi incompetenti (da sempre) non si ottiene nulla. Bisogna aspettare diventino vecchi abbastanza da andarsene fuori dai piedi coi loro piedi.














Questa nana la sculaccio,

Riverso sul divano, ipnotizzato dalle luci colorate, debilitato dal virus, ascoltavo le vocette attorno al tavolo provenienti dall’altra stanza. Un benessere un po’ narcotico mi teneva equidistante dal rimorso di non partecipare al laboratorio delle Porporine e dalle incombenze domestiche.
Domenica stiamo finalmente tutti bene, si va a pranzo fuori col nonno. Pochi km lungo la marecchiese e ci accomodiamo sulle rustiche sedie della Delinda. Siamo in una trattoria da poche decine di coperti. Brutta, spoglia, quasi un bar con la prolunga. Ma per il resto, non c’è trucco non c’è inganno.

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